particolare da La lettrice (Clara), di Federico Faruffini, 1865 circa, Galleria d'Arte Moderna di Milano, olio su tela.
ho comprato questo libro del tutto ignara di tutto.
di chi fosse l'autrice che, per me, era un uomo. anḗr andrós è il maschio e io non mi rassegno. solo a testimonianza della mia naïveté in merito alla produzione letteraria italiana.
di quale fosse il tema, perché pensavo si parlasse di nuove esperienze museologiche, di aperture straordinarie in notturna. che si fanno, ma soprattutto in musei di storia naturale e per un pubblico junior.
un amico, al contrario di me aggiornatissimo, mi ha fatto una pre recensione ma ho cercato di non farmi influenzare (troppo).
quindi.
questo libro racconta la storia della spoliazione dei marmi del Partenone da parte di Lord Elgin, reo di aver fatto una cosa ottima al suo tempo ed esecrabile poco dopo.
pertanto a dire il vero questo libro mi ha interessato molto di più che se avesse parlato di museologia e trend di marketing museale.
ho imparato molte cose che non sapevo sulla vicenda personale di Elgin, per esempio ho capito come l'arrivo dei marmi in Inghilterra va messo in relazione con la storia e la letteratura inglese (mi sono scaricata sul kindle The Childe Harold di Byron). i miei studenti di quinta dell'anno prossimo si beccheranno un brand new pippone su un momento bellissimo di intreccio fra quei due mondi chiamati neoclassico e romantico dalla comodità degli indici dei manuali di scuola, ma assolutamente interconnessi.
questa storia sta in una cornice, fisica e letteraria.
fisica è quella dell'autrice che dorme da sola nel Museo dell'Acropoli, grazie a una serie di accordi che non la rendono simpatica al lettore. per banale invidia. ma alcuni passi sul vuoto del museo e del suo essere sospeso tra prosaicità delle toilette e il mistero dell'assenza dei marmi-calchi non sono male.
poi c'è una cornice letteraria che secondo me funziona quando l'autrice tocca le sue corde personali, il rapporto con il padre, tenuto a distanza in vita e rimpianto in morte. mi piace la complessa sincerità che traspare, vera o inventata che sia (è un'opera letteraria, non è che Marcolongo ci deve raccontare davvero cosa direbbe a un analista).
infine c'è un piano di riflessione storico filosofica culturale sociologica politica sul tema di quanto il mondo occidentale sia debitore della Grecia e di quanto l'abbia depredata. ecco, qui, forse perché vado un po' più nel mio campo, ho sentito tanti scricchiolii. quello che dovrebbe essere un climax di consapevolezza durante questo viaggio al termine della notte, alla fine diventa prolisso. non sempre lo condivido, perché lo trovo semplicistico.
ad esempio sul tema della restituzione delle opere ai paesi d'origine, si cita un rapporto redatto da due intellettuali francesi sulla restituzione delle opere d'arte africane "deportate" ai tempi del colonialismo (deportare usato per oggetti mi ha infastidito dalla prima all'ultima volta; so che è voluto, ma non mi è piaciuto). al di là del fatto che il contesto 1811 e 1890 è abbastanza diverso, ma va bene, si parla dell'idea in generale. Marcolongo cita una proposta molto moderna e "sostenibile" di far girare per tutto il mondo le opere più importanti per farle conoscere a tutti. così, come il circo Barnum, come se spostare la Nike di Samotracia avesse lo stesso impatto conservativo che spostare una maschera seicentesca Dogon. non è razzismo, è cura dei materiali. e poi sostenibile perché? perché così un abitante del Benin prende meno aerei per vedere la Nike a Parigi?
però mi è venuta voglia di leggere il Rapport sur la restitution du patrimoine culturel africain. Vers une nouvelle éthique relationnelle di Felwine Sarr e Bénédicte Savoy, e di ricercare un vecchio numero di Apollo in cui se ne parlava. e se non erro con una diversa consapevolezza del problema.
quindi, in ultimo, il libro mi è piaciuto. l'ho letto in due giorni (sotto l'ombrellone quindi va beh non conta perché avevo tempo). è scritto in modo scorrevole e corretto. mi ha fatto venire voglia di leggere altro su un tema che a me interessa moltissimo, la storia delle collezioni, dei trasferimenti di opere, dell'impatto di queste operazioni sul gusto, eccetera.
unico appunto vero: restaurazione al posto di restauro, visto che non siamo Vasari e che la nostra prosa è un tantino più snella, è un errore che correggo ai miei studenti. ma l'autrice vive a Parigi da tempo, e da tempo medita di iniziare a scrivere in francese. quindi questo restauration lo prendo per lapsus freudiano di un desiderio represso.
Ho riletto, dopo poco meno di quarant’anni, Il giovane Holden di Salinger.
Lo stesso libro, la stessa copia, che mia zia Elia mi suggerì di leggere. Troppo presto, come Cent’anni di solitudine o Il maestro e Margherita che mi propose tra scuole medie e biennio superiore. Alla faccia della fiducia incondizionata.
In quella copia, con la sovraccoperta un po' smangiucchiata e ingiallita, ma ottima per essere del 1961, ci sono ancora le parolacce sottolineate a lapis da me, scandalizzata.
Non solo la copia, ma anche il libro è datato, forse soprattutto per il linguaggio. Ma sarebbe giusta una traduzione attualizzante? Senza tutti quei "futtutissimi", che finalmente hanno tolto anche dalle serie tv, darebbe lo stesso effetto di giovane spaccone terrotizzato al suo protagonista? Boh, non credo.
Poi c’è Salinger fenomeno, la fama dovuta alla completa sparizione dal mondo editoriale. Ricordo di aver avuto anche io una fase di salingermania, negli anni universitari, quando uscì la traduzione di un suo racconto, Hapworth 16, rimasto poco noto, dopo la pubblicazione sul New Yorker nel 1965. Salinger che si aggira in una fattoria sperduta con tanto di salopet di jeans e caccia via i fotografi. Vabbè, anche questa può essere parte del fascino o del fastidio.
Ma io voglio stare al libro.
Il disorientamento di Holden è vivo e pulsante. Magari ancora di più per chi è circondato di adolescenti come me, fra scuola e casa. Forse le famose 30 ore di orientamento sarebbero spese bene a leggere questo romanzo, queste 48 ore di catabasi a Manhattan, tra taxi, jazz club, panchine gelide e un mondo adulto ambiguo e distante.
L’amore per il fratello Allie che non c’è più, la tenerezza per la sorellina Phoebe, maledettamente sveglia, la morte che aleggia per i college blasonati: sono quelle pagine che, per me almeno, ti plasmano, ti restano addosso.
Se il mondo dei grandi è sfuocato (professori svampiti di vecchiaia o ubriachezza, camerieri e prostitute sbeffeggianti), le immagini dei bambini sono nitidissime: il guantone di Allie con le poesie scritte sopra, Phoebe con i piedi rannicchiati nel letto durante una conversazione notturna, o che arriva trascinandosi dietro una valigia per scappare col fratello.
Oppure tutti i bambini che corrono spensierati in una campo di segale, senza sapere che c'è un dirupo, ma che c'è anche un catcher che li intercetta se stanno per cadere.
E' come il mondo dei Peanuts (e gli anni sono quelli): si vedono Charlie Brown, Linus, Lucy, Sally, ma non c'è un adulto, e nei cartoni c'è una voce deformata e incomprensibile, come sono le voci degli adulti quando sei bambino.
Alla fine è un romanzo sulla crescita, come mille altri: se smetti di chiedere dove vanno le anatre quando ghiaccia il laghetto, finisce la meraviglia, l’innocenza, la libertà dalle preoccupazioni del reale.
Puoi solo cercare di darti un senso a fare il catcher in the rye. O magari questa è una lettura ex post da cinquantenne.
Credo di aver scelto questo libro, oltre che per una recensione on line, per la sua copertina, dove campeggia un serpente, l'Homalopsis plumbea (Boie, 1827), disegnato da Francesco Sanesi (animaL) per l'edizione Fazi. Io sono terrificata dai serpenti, ma queste squame ravvicinate, che non consentono di vedere tutto l'animale, mi hanno intrigato.
Così come una recensione in cui si parlava di un romanzo crudele e agghiacciante, qualcosa del genere, anche se non ricordo dove l'ho trovata. Me ne scuso.
In effetti il romanzo è agghiacciante. E difficile nella lettura. Sono arrivata oltre metà con il dubbio se continuare o meno. E poi sono scivolata sulle ultime duecento pagine come in un vortice.
E' difficile seguire la lettura da un punto di vista sempre mutevole, quello degli animali che assistono o partecipano alla scena. L'espediente sembra a volte forzato, finché non si capisce che tutta questa animalità, questa bestialità è insita nella storia.
Un inseguimento, una caccia, prima a un nemico esterno, poi a un nemico interiore, talmente annidato nella propria storia da essere rimosso.
Il romanzo ha delle pagine di una violenza inaudita, massacri descritti nei minimi dettagli, con precisione anatomica. E anche qui, sembra nauseante e forzato finché non si capisce che questa abitudine alla brutalità, che, nostro malgrado, l'autore ci spinge a prendere, serve a essere infranta, davanti a un massacro a cui non ci si può abituare.
Un inseguimento fra Canada e Stati Uniti in cittadine sperdute dai nomi biblici, dove si sente ancora la presenza del massacro dei nativi americani, ridotti a piccoli trafficanti; dove si rievoca la guerra di secessione, che smembrava paesi e famiglie lungo una linea; una provincia desolata che si diverte fra combattimenti di cani e stupri con ragazzine (non) allegre. E, su tutto, il ricordo, murato nella memoria, di un conflitto lontano nello spazio, ma presentissimo.
E un romanzo fatto di colori, accesi, eccessivi, lisergici. Di odori, come fiutati da esseri che sono più abituati di noi a percepirli. Un impegno descrittivo titanico.
Non posso dire se mi è piaciuto, non è un romanzo che si gode, resta in pancia come un mattone. E' l'assurdo miscuglio di culture e esistenze che caratterizza gli Stati Uniti, a renderlo interessante, un paese dove alla fine chiunque è sdradicato. Qualunque umano.
E forse ancora di più è interessante quella sensazione, che resta addosso, che la nostra esistenza, lunga e complicatissima, non sia poi tanto più importante e significativa di quella di un moscone, di un gatto, di un ragno, di una puzzola.
Certamente meno di quella di una cane.